“Dopo di noi”

12.3.2009 | Impegno politico

Interventi in merito alle “Case del dopo”

Proposta di delibera – Per i familiari dei disabili, già impegnati nelle non sempre facili cure del proprio congiunto, il dramma più angoscioso è pensare al “dopo”, a quando mamma e papà non ci saranno più: chi baderà al loro caro, chi gli dedicherà le stesse amorevoli cure, clome evitare che finisca in un istituto, consegnato a gelide strutture cui neppure la buona volontà degli operatori, quando c’è, riesce a trasmettere il calore della famiglia?

Nell’Europa del Nord e già in alcune città italiane (ancora troppo poche e nessuna nel Sud) sono stati realizzati Centri che ospitano i disabili rimasti privi di un sostegno familiare per la scomparsa di entrambi i genitori. Sono appunto le “Case del dopo” in grado di assicurare assistenza come si fosse ancora in famiglia. Le risorse sono garantite da una Fondazione da realizzarsi con le risorse di Enti e degli stessi congiunti, ben lieti di destinare parte dei loro beni ad unan istituzione che saprà garantire al figliolo un buon livello di vita anche quando non ci saranno più.

E’ tempo che Bari nell’assistenza dei disabili si allinei alle realtà più progredite e avvii un progetto che possa realizzarsi in tempi relativamente brevi e dare così un forte segnale di solidarietà e con certezza in un settore che spesso, nonostante le buone intenzioni di chi gestisce, non sempre è riuscito a superare la logica degli sterili interventi a pioggia, fuori da ogni programmazione.

Questa proposta è datata 30 novembre 2004, ma non se n’è fatto nulla né chi ne aveva competenza ha ritenuto di coinvolgere il proponente anche perché nel programma non vi era traccia di un simile intervento e nonostante si sia rimediato ad una grave lacuna, la gestione non è uscita dalla porta dell’assessorato e in cinque anni nulla di rilevante e meritevole di apprezzamento è stato realizzato.


“Dopodinoi”, un termine non ancora del tutto familiare dalle nostre parti. Lo si capirà meglio scritto come si dovrebbe ovvero “dopo di noi”; e per “noi” si intendono i genitori di ragazze e ragazzi disabili che hanno assoluto bisogno di assistenza e che alla morte di mamma e papà rischiano il totale abbandono se non vi saranno congiunti disposti e comunque in grado di sostituirsi a chi non c’è più. Navigando su Internet, alla voce “dopodinoi” la stampante sciorinerà centinaia di fogli, ciascuno con la indicazione del luogo in cui agisce una struttura siffatta o presto vi sarà realizzata con tanto di progetto, compreso quello finanziario. Purtroppo si tratta di realtà allogate quasi tutte al nord; non v’è provincia che non abbia destinato parte delle proprie risorse ad un centro che assicuri quel tipo di assistenza a chi rischia di vivere in solitudine la propria disabilità.

Da noi in Puglia la situazione non è delle più felici. Si ha notizia sicura di due famiglie di Spinazzola costrette ad emigrare in Lombardia per garantire al proprio congiunto, vita natural durante, un’esistenza tranquilla; condizioni che qui nessuno sembra poter apprestare. Per non dire di cosa significhi, per famiglie peraltro non agiatissime, vivere il trauma dell’emigrazione, dello sradicamento dalla propria realtà.

A Bari, come in gran parte del Sud, la disabilità è sostanzialmente sulle spalle del volontariato. Le istituzioni il più delle volte si liberano del problema con il riconoscimento di contributi, spesso inadeguati e non di rado amministrati con il facile criterio della dispersione a pioggia. Una premessa che lascia intendere come un progetto del tipo “dopodinoi” possa apparire faraonico e irraggiungibile. Probabilmente vi saranno buone ragioni, anche se sfuggono. Sta di fatto che di questa esigenza si parlò già all’avvio dell’amministrazione di centrosinistra e tutto sembrava preludere a qualcosa di serio, di positivo; ma così non è stato.

In realtà ci manca l’esperienza storica “del Comun la rustica virtù” che altrove ha reso i cittadini consapevoli di un ruolo se non superiore, alla pari con chi li amministra. La vera partecipazione, merce rara nelle nostre contrade, per cui iniziative a tutela dei più deboli sembrano affidate soltanto a dei miracoli. E il miracolo c’è stato e forse S. Nicola ci ha messo del suo. Putin e la Chiesa russa hanno consentito al nostro Comune di divenire presto proprietario dell’immensa ex Caserma Rossani. Che farne? Pioggia di proposte, tutte interessanti; ma non è il caso di approfittarne per realizzare ciò che la gestione ordinaria non consente e magari fra i tanti progetti trovare spazio per una bella e funzionale struttura “dopodinoi”?

In occasione dell’abbattimento di Punta Perotti, chiedemmo se era possibile salvare una parte di quel complesso, magari i primi due-tre piani che, permanendo, non avrebbero oltraggiato più di tanto le leggi come contestato a quei “grattacieli”; fra le risposte non mancarono gli sberleffi di noti “paesaggisti”. Stesso dileggio per la “proposta Rossani”? Si consideri che per le risorse ci sarebbe da attingere alle Banche che per le legge devono devolvere parte degli utili alle iniziative solidali; ci sono poi gli interessati che si dissanguerebbero pur di ottenere che i loro figli siano assistiti anche “dopodiloro”.

Come si dice in questi casi: parliamone, ma seriamente e senza retropensieri. Una città che vanta due stadi – roba da megalopoli! – può impegnarsi in un’operazione di vera civiltà? Questa sì, come poche altre, comincerebbe a far grande Bari!


A Bari vivono 6.000 invalidi civili, un migliaio i disabili il cui sostegno viene essenzialmente – e per la maggior parte, esclusivamente – dalla famiglia. Una condizione destinata a mutare nel tempo e quando verranno a mancare gli affetti familiari, alla città tocca il doveroso compito di prendersi cura dei loro problemi, sostituendosi nella maniera migliore a quanti sono venuti a mancare. Un po’ dovunque questo ruolo di solidale civiltà ha nella sua definizione il significato pieno di questo compito, “Dopo di noi” se i principali promotori rivengono dai familiari, preoccupati di assicurare un dignitoso futuro ai loro cari o “Dopo di voi” se è l’Amministrazione comunale ad assicurare quel futuro a cittadini bisognosi di assistenza.

L’impegno è certamente gravoso, ma rispondente alla crescita culturale che i nostri tempi hanno saputo elaborare per problemi che si era costretti a tenere nascosti per difendersi dall’indifferenza quando non dalla riluttanza del comune sentire verso situazioni spesso generate dalle disfunzioni del sistema, del nostro sistema, del sistema che l’intera collettività, quindi ciascuno di noi, ha contribuito e contribuisce a determinare. Ma la svolta si è avviata e comincia a dare i suoi frutti. L’informazione ha fornito un grosso contributo nel mediare problemi non più eludibili, pena la retrocessione nella barbarie. Rubriche televisive e della carta stampata ci hanno educati alla cultura dell’integrazione per una società aperta a tutti, bisognevole del contributo di tutti.

Il Sud anche nei valori della solidarietà deve pagare il prezzo di una dissennata gestione delle risorse, s’ che non v’è amministrazione che non dedichi ai servizi sociali quel minimo che basti a tacitare le coscienze. Non è quindi un caso che istituzioni del “Dopo” siano ovunque presenti nei Paesi del Nord Europa e abbastanza diffusi da noi, ma da Roma in su. Bari anche in questo ha l’opportunità di differenziarsi e fornire una risposta di alta civiltà a problemi che i singoli non sono in grado di sopportare e risolvere.

Per questo dovrà essere costituita una Fondazione che avrà nel Comune di Bari il socio fondatore; eguale ruolo per le famiglie interessate al futuro dei loro congiunti e che potranno conferire danaro e beni. Agli istituti di credito di chiederà di riconoscere, come per legge, una quota degli utili.

Finalità della Fondazione sarà assicurare ospitalità e piena assistenza a quanti rientreranno nelle condizioni che verranno fissate da un apposito Statuto da elaborare con la partecipazione delle famiglie che con il Comune di Bari saranno socie fondatrici.

La struttura dovrà essere in grado di ospitare, nella sua fase di avvio, sino a 200 persone. Questi i punti essenziali, ma è chiaro che le responsabilità saranno della Fondazione con la possibilità da parte del Comune di effettuare periodici controlli.


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