Teatro Petruzzelli

12.3.2009 | Impegno politico

Interventi in merito al Teatro Petruzzelli

La parola “esproprio”, a proposito del Teatro Petruzzelli, non è forse la più adatta per indicare i possibili sviluppi di una vicenda che si trascina da una notte di ottobre di quindici anni fa; se poi vi si accosta il termine “proletario”, la si carica di una conflittualità che sa tanto di lotta di classe, senza però trascurare che nel corso dei millenni sono stati proprio i meno abbienti a subire espropri di ogni genere. Ad ogni modo, se di esproprio si vuole parlare, non deve trascurarsi alcun aspetto di tale annosa questione e rifarsi a ciò che è documentabile, quindi non soggetto a comode interpretazioni di nessuna delle parti in gioco.

La buona borghesia che oltre un secolo fa decise di investire parte delle proprie risorse perché Bari avesse un teatro degno di tal nome, ottenne dal Comune di Bari di godere del diritto di superficie lì dove poi il teatro fu fatto sorgere; i virtuosi amministratori di quel tempo seppero tutelare gli interessi della cosa pubblica facendo sottoscrivere ai proprietari clausole ben precise. Due in particolare meritano di essere ricordate: il manufatto avrebbe dovuto ospitare solo iniziative di natura artistica; la seconda sembrava preconizzare quanto è purtroppo avvenuto e cioè che in caso di danni da incendio, i proprietari si impegnavano ad avviare entro un anno le opere di ricostruzione da completare entro tre anni dall’avvio.

La prima delle due clausole aveva il chiaro scopo di evitare speculazioni; la seconda di assicurare a Bari la presenza di un teatro di livello anche nel malaugurato caso di una distruzione, accidentale, colposa o dolosa che fosse. Il venir meno anche di una sola di queste due clausole avrebbe dovuto comportare la decadenza del diritto di superficie con relativa confisca del manufatto. Superfluo ricordare i tanti locali dati in fitto ad attività che non hanno molto a che fare con la musica e l’arte in genere (perfino un garage è stato fatto intrufolare tra quei muri!); così come i privati non hanno ottemperato all’obbligo di provvedere alla ricostruzione nei termini fissati.

Tali clausole erano ben note sia agli amministratori che ai proprietari quando quella maledetta notte tutto andò in fiamme; lo stesso sindaco Enrico Dalfino non escludeva il ricorso al rispetto del contratto, ma preferì avviare una trattativa che non esasperasse i rapporti a tutto danno della città; ma evidentemente tale disponibilità non ha prodotto i risultati auspicati, così anche negli anni successivi. Al contrario si è giunti alla previsione del 2002 ai più apparsa non proprio equilibrata e rispettosa in eguale misura delle aspettative delle parti, i proprietari ed i circa 400mila cittadini baresi.

Naturalmente ora, per esorcizzare l’esproprio, sembrerebbe più utile rifarsi al 2002 e dimenticare le clausole che, seriamente applicate, avrebbero da tempo cancellato proprietari e relative pretese. C’è anzi da chiedersi perché non andare a rileggere gli accordi sottoscritti un secolo fa e da lì avviare una seria discussione a tutela dei diritti di ciascuno. E’ proprio assurdo ipotizzare che un qualunque cittadino, poiché contribuente, potrebbe citare chi dovesse assumersi la responsabilità di riconoscere risarcimenti non spettanti, così male amministrando il bene comune? Insomma ce n’è e tanto per accettare l’avvio di una seria trattativa, da non snobbare irrigidendosi sulle proprie posizioni peraltro discutibili, come d’altro canto non si è irrigidita l’Amministrazione comunale che sin da quando le fiamme non erano ancora del tutto spente manifestò – e ancora oggi – l’intento di dialogare, non escludendo che anche sul fronte opposto vi possano essere ragioni da non trascurare.


La protervia del centrodestra nel tenere in pirdi con qualunque pretesto l’affaire Petruzzelli, denota molte cose che sicuramente non sfuggono a uomini e donne di buona volontà che, peraltro, si erano già massicciamente espressi per la riapertura, non dando alcun credito alle questioncelle opposte dai veri nemici del Teatro, da restituire alla Città e non a questo o quel partito come invece con tutta evidenza emerge dalle prese di posizione delll’ex sindaco Di Cagno Abbrescia.

Ciò che infatti sfugge alla loro cultura sociale è che quel bene è er sua essenza di natura pubblica e deve quindi fruire di una priorità rispetto ad ogni altro interesse,specie se privatistico. Non è infatti un caso che gli amministratori del tempo, nell’approvare quel meraviglioso progetto, lo vollero vincolato al patrimonio pubblico e lo fecero evitando di vendere il terreno sul quale il Politeama sarebbe sorto, ma ricorrendo allo strumento della cessione del solo diritto di superficie. I proprietari del manufatto – quelli sì, davvero illuminati – accettarono il primato del pubblico e sottoscrissero le clausole che oggi amministratori culturalmente e politicamente nemici della cosa pubblica, hanno dolosamente disatteso con un danno enorme per la comunità. Già questo toglie a Di Cagno Abbrescia e a quanti ne hanno condiviso le mosse, ogni diritto di intervento; quando divenuto sindaco lasciò cadere nel nulla le diffide eccepite da Enrico Dalfino, si macchiò di tradimento verso la città e diede il suo cospicuo contributo acchè la vicenda si facesse annosa e complessa più del dovuto. I problemi di oggi sono figli esclusivi dei suoi errori, delle sue scelte. Questo la gente deve saperlo ed essere messa in grado di esprinmersi non per partito preso o per impulso, ma dopo una corretta riflessione sulle ragioni e sui torti.

Ed è forse la piena consapevolezza di un gravissimo senso di colpa a spingere il centrodestra ad i suoi esponenti ad insistere con argomenti che possano tenere celata la verità. Ma c’è pure che la difficoltà di trarre spunti seriamente critici sull’amministrazione di centrosinistra, li costringe ad abbarbicarsi ad ogni possibile assurdità. Nei loro nove anni di sindacato non è mai accaduto che la città sia risultata tra le migliori del Sud come emerso in questi giorni dalla graduatorie del “Sole 24 Ore” e che un assessore sia stato giudicato il migliore tutore dell’ambiente; e fermiamoci a questo perché non è simpatico maramaldeggiare sulle incapacità degli sconfitti di ieri, di oggi e di domani.


La riapertura del Teatro Petruzzelli ha un valore simbolico che va ben oltre il dato materiale delle note che lì torneranno a risuonare. Se si Ha sensibilità e intelligenza per cogliere appieno il significato di questo evento, non si può non condividere e sostenere l’impegno del Sindaco Emiliano perché il 6 dicembre divenga la data che si identifichi per sempre con il ritorno di Bari alla cultura, all’arricchimento della propria spiritualità.

Armarsi di formalismi e pretesti per impedire che l’azzeramento di quel count down consicida con le ore 21 del giorno dedicato al Santo di Myra, significa non avere inteso il dramma che quella notte di 17 anni fa ha colpito Bari e, potremmo dire fuori da ogni enfasi, l’intero Paese. Nel nostro per molti versi sciagurato Mezzogiorno, la criminalità organizzata ha ucciso, impoverito, condannato all’ignoranza intere generazioni, ma non si è mai spinta sino a distruggere un teatro. Qui da noi questo invece è accaduto, a sancire un imbarbarimento che non conosce ostacoli nel condizionare la crescita di una comunità.

Ci è stata strappata l’anima e questo i baresi l’hanno ben capito e sanno bene che le strumentalizzazioni sono di chi vuole che quel 6 dicembre trascorra invano, nella sciocca aspettativa che ogni responsabilità venga addebitata proprio a chi sta invece dedicando ogni sforzo al buon esito e non piuttosto a quanti frappongono ogni possibile ostacolo. Non riescono a intendere che il “dispetto” – perché di questa miseria si tratta – ricadrà sui baresi che toccheranno con mano chi è dalla loro parte e chi no. Poteva, doveva essere il compiacimento condiviso da tutti, ma per sterili mire elettoralistiche si sta tentando di metter in difficoltà una parte politica facendo pagare il prezzo all’intera città, anche a quegli elettori che hanno fidato nella loro intelligenza per la soluzione dei problemi.

A corollario di questa vicenda, il nodo non più rinviabile della proprietà del Teatro. Giova ricordare che il diritto superficie un secolo fa riconosciuto ai costruttori del Politeama, prevedeva delle clausole che, se non rispettate, ne sancivano la perdita. L’incendio non si era ancora del tutto spento e già il Sindaco Enrico Dalfino aveva contestato ai proprietari il rispetto delle clausole pena le conseguenze a suo tempo meticolosamente previste, ma i successori ritennero di non insistere; per la maggior parte si trattò di mandati di breve durata a fronte dei nove anni della gestione Di Cagno Abbrescia. Ci si vuole ora rifare sulla pelle della città?


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