Vi propongo la lettura del contributo inviatomi dal dott. Giuseppe De Trizio, protagonista del mondo dello spettacolo dove svolge anche un proficuo ruolo sindacale.
Il tessuto “vivo” della cultura
La produzione culturale è un’esperienza romantica, scientifica e viscerale.
Tipote anthropo, tipote loghia, Nessun uomo, nessuna parola.
Le arti come tracce dell’uomo, di un viaggio nella memoria di un mare di mezzo (spesso agitato dall’impazienza di dire o tacere di chi lo ha abitato) in cui le culture si sono incontrate, mescolate e a volte sovrapposte e sedimentate.
L’operazione della politica culturale della città di Bari deve concretizzarsi unendo chi l’arte la produce a chi la consuma, con l’intento di rendere coese le strutture pubbliche e l’iniziativa imprenditoriale privata.
Il tempo nella cultura
“Tempo significa percepire che dietro le mutazioni, cioè l’espressione del tempo, c’è una collettività.
Quando diciamo “tempo” credo che intendiamo almeno due cose. Intendiamo mutazioni. E intendiamo qualcosa di immutabile. Intendiamo qualcosa che si muove. Ma su uno sfondo inamovibile. E viceversa.
La percezione del tempo ed il linguaggio sono indissolubilmente uniti.
Il problema nasce solo quando la lingua, la società, il progresso, la scienza, la scuola e noi stessi pretendiamo una scelta, pretendiamo un’unica verità. Il progresso degli ultimi trecento anni ha preteso il tempo lineare…”
Peter Hoeg da “I quasi adatti”
Quindi il tempo nella cultura dovrebbe rappresentare un percorso ciclico che ritorna su se stesso, molte volte, contenendo i meccanismi essenziali della sintassi più comune.
Così il senso delle opere dell’uomo non risiede sono nella forma, ma anche nella storia e nelle intenzioni di chi le ha concepite.
Ci sarebbe da chiedere ad un autore non solo cosa voleva “fare”, ma cosa voleva “dire” poiché la poietica (arte del fare di Aristoteliana memoria) non è solo il compimento di un discorso ma anche un prodotto, un evento, una azione, un gioco, una ricerca, uno spettacolo.
Combattere la polverizzazione delle proposte produttive, spesso organizzate sotto la forma di micro Associazioni Culturali o piccole società cooperative, impossibilitate, di fatto, alla costituzione di un vero e stabile comparto lavorativo, iniziando un processo virtuoso inverso che anziché monitorare e garantire solo le poche realtà solide (che per carità vanno sostenute), promuovere forme di “credito d’impresa” favorendo il consolidamento di capitali privati atti a costituire lo zoccolo duro di imprese attraverso studi di settore e business plan mirati.
Una delle problematiche deriva dalla sbagliata impostazione dello studio di settore: sino a quando continueremo ad affrontare i termini dello spettacolo quale voce di spesa dei nostro bilancio, anziché annoverarlo negli investimenti saremo sempre fuori rotta.
Le proposte
- adozione e utilizzo del regolamento comunale dello spettacolo, non ancora messo in atto;
- istituzione dell’albo comunale delle imprese dello spettacolo, non ancora messo in atto;
- formazione del pubblico attraverso le scuole e le circoscrizioni, “i distretti della cultura” con attuazione dei presidi del libro, del teatro, della musica, della danza, del cinema;
- maggiore trasparenza ed efficienza nella distribuzione delle risorse, rendendo esplicita la distinzione tra finanziamenti assegnati per la gestione ed il funzionamento di strutture e spazi di spettacolo e finanziamenti invece assegnati a progetti spettacolari, elaborando meccanismi e strumenti appositi in grado di ottimizzarne la resa e facilitarne il monitoraggio;
- seria adesione e concorso ai piani economici di sviluppo culturale comunitario;
- stimolare il lavoro in rete delle realtà produttive;
- sostenere l’imprenditoria di settore;
- favorire l’incontro tra domanda e offerta;
- maggiore attenzione alle ricadute occupazionali ed alla qualificazione professionale;
- incentivazione delle produzioni originali di strutture ed artisti del territorio;
- elaborazione di un piano organico per reperire le risorse economiche da destinarsi al settore cultura con interazione tra le risorse economiche dei vari assessorati;
- istituzione di un portale internet dedicato alla catalogazione, ed alla promozione delle realtà produttive cittadine con particolare attenzione ai giovani talenti;
- recupero delle infrastrutture pubbliche in disuso, pianificazione e recupero aree periferiche e minori a rischio, interagendo con il mondo della scuola, dell’università e del volontariato affinché l’idea di politica culturale divenga piuttosto un modo di vivere, di evolversi, di crescere socialmente e non solo fucina per il divertimento estemporaneo.
Imprenditoria Culturale
Si crei, insomma, una coscienza di imprenditoria culturale, in cui l’arte non è più la risacca per il tempo libero ma una opportunità di lavoro, di canalizzazione dei patrimoni e dei beni architettonici e delle risorse turistiche perché sino a quando la proposta di cultura rimarrà scollata dalla società e si diffonderà secondo l’abusato sistema dello scambio clientelare (sia esso di destra che di sinistra, per intenderci), sino a quando i referenti piuttosto che i sedicenti “consulenti” delle strutture pubbliche verranno nominati attraverso gli strumenti della politica di maggioranza e non per via meritocratica (per merito ma anche entrando nel merito dei progetti), la cultura sarà approdo solo per le lobby di oligopolio.
Sarebbe necessario e civile, inoltre sdoppiare i criteri di valutazione delle produzioni artistiche.
Intendo dire che allestire rassegne itineranti con i “grandi nomi” in processione nei teatri e nelle piazze è ben diverso dal sostenere le produzioni, cioè favorire la creatività innalzando, magari, i criteri di valutazione, creando professionalità stanziale, divenendo più esigenti nel confronto, aprendo i propri orizzonti e rapportandosi anche con le culture altre.